Guarda il video di presentazione
del progetto "per qualcosa
di buono".
(2 MB , 6min.)
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"...per qualcosa di buono" : il
progetto
Il
progetto “per qualcosa di buono”, nasce dall’iniziativa
di giovani che gravitano intorno alla comunità della Cappella
universitaria de “La Sapienza” di Roma, ed é finalizzato
a sostenere,
finanziariamente e professionalmente, le attività del Centro “ Monsignor
Munzihirwa” che prevede il reinserimento
dei bambini di strada di Kinshasa (Repubblica Democratica
del Congo).
Le motivazioni
Cosa c’è dietro questo progetto? Quali sono le motivazioni?
C’è la voglia di dare un senso maggiore ai propri
percorsi di vita, perché crediamo che al di là dei
semplici discorsi e dei buoni propositi troppo spesso “parcheggiati” e
poi dimenticati, siamo tutti chiamati a partecipare a questo nostro
mondo, in maniera attiva, come parte integrante e viva che affronta
la realtà e non la subisce.
Le iniziative per la promozione del progetto
In una fase iniziale, la musica ( ma successivamente anche altre
iniziative da definire) diventa un mezzo, uno strumento attraverso
cui aiutare e sostenere i sogni e le speranze di una realtà che
chiede, in maniera dignitosa, il sostegno di questo nostro mondo,
a volte forse troppo distratto.
Già quattro anni fa, con una iniziativa analoga, si favori
il “progetto speranza – Sarajevo” con risultati
apprezzabili sia per la finalità del progetto, che per la
crescita umana, individuale e comunitaria.
Allora l’iniziativa prevedeva la ricostruzione di alcuni
edifici distrutti durante la guerra civile nell’ex Jugoslavia
ma anche attività di animazione e di formazione presso alcuni
quartieri della città di Sarajevo.
Oggi l’idea di fondo è quella di raccogliere, attraverso
spettacoli musicali legati all’attività artistica
del cantautore Beppe Frattaroli, fondi destinati a sostenere le
attività del Centro “Monsignor Munzihirwa” per
il reinserimento dei bambini di strada di Kinshasa (R.D.C.).
Il centro di Kinshasa
Kinshasa è la capitale della R.D.C. ( Repubblica Democratica
del Congo – ex Zaire-).
La R.D.C. vive oramai da diversi anni una violenta e sanguinosa
guerra civile, senza riuscire a trovare una soluzione di pace.
Le regioni dell'Est della nazione sono ancora sotto il controllo
dei guerriglieri, ostili al governo centrale.
Le periferie della città di Kinshasa si sono ben presto
popolate di migliaia di profughi provenienti dalle regioni in cui
imperversano gli scontri tra i ribelli e le truppe del governo
centrale.
Questo ha contribuito a minare la già difficile situazione
economica e sociale della città visto che il governo centrale
non ha le forze né la stabilità e l’appoggio
politico per dare inizio alla ricostruzione del tessuto sociale
della città.
In questa situazione così drammatica si è determinato
il fenomeno dei bambini di strada.
Attualmente ve ne sono quasi 35 mila; le ragazze sono dedite
alla prostituzione per raccogliere soldi o cibo per sopravvivere,
i ragazzi formano delle vere e proprie bande. Alcuni sono orfani,
altri sono abbandonati dalle proprie famiglie, perché malati
(Aids principalmente) o perché accusati di stregoneria.
In una situazione economica così disastrata, le famiglie
congolesi non riescono a sfamare tutti i propri componenti. Si
innnesca così un meccanismo che per quanto assurdo, crudele
e anche inumano, ha una sua "logica" perversa in un contesto
di povertà, di miseria e di guerra.
Succede che basta un raccolto andato male, o una disgrazia familiare
o addirittura un bambino che malgrado l'età non riesca a
trattenersi dal fare la pipì addosso, che l'accusa di essere
portatore di negatività è immediata e senza appello.
Spesso i bambini vengono sottoposti a maltrattamenti e torture
per essere liberati dal demone che si è impossessato di
loro.
Così succede che il bambino o la bambina vengono allontanati
dalla famiglia. A volte sono loro stessi che vanno via non sentendosi
più amati, accettati.
Il centro di p. Bakem Mbuta s.j. a Kinshasa, si occupa del recupero di questi
ragazzi. Vengono “raccolti” e portati presso il centro.
Il passo successivo è tanto difficile quanto formativo.
Viene tentato il reinserimento presso le famiglie di origine o
nelle famiglie allargate (parenti) o presso famiglie adottive se
la loro non li accetta o se non c’è più. Questo
reinserimento avviene attraverso l’instaurazione di un rapporto
costante con la famiglia, di un supporto finanziario, pedagogico
e, quando è possibile, di un inserimento lavorativo. Il
contatto con la famiglia è indispensabile perché ritenuto
l’elemento determinante alla riuscita del reinserimento.
Attualmente il centro ha bisogno di fondi per portare
avanti l’opera iniziata circa dieci anni fa. I bisogni
primari sono indumenti, scarpe, libri, quaderni, penne, materiale
sanitario, e con questa iniziativa, attraverso la raccolta
di fondi, ci proponiamo di contribuire alla riuscita del progetto
del centro M. Munzihirwa.
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