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del progetto "per qualcosa di buono".
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"...per qualcosa di buono" : il progetto

copertinaIl progetto “per qualcosa di buono”, nasce dall’iniziativa di giovani che gravitano intorno alla comunità della Cappella universitaria de “La Sapienza” di Roma, ed é finalizzato a sostenere,
finanziariamente e professionalmente, le attività del Centro “ Monsignor Munzihirwa” che prevede il reinserimento dei bambini di strada di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo).

 

 

Le motivazioni

Cosa c’è dietro questo progetto? Quali sono le motivazioni?

C’è la voglia di dare un senso maggiore ai propri percorsi di vita, perché crediamo che al di là dei semplici discorsi e dei buoni propositi troppo spesso “parcheggiati” e poi dimenticati, siamo tutti chiamati a partecipare a questo nostro mondo, in maniera attiva, come parte integrante e viva che affronta la realtà e non la subisce.

Le iniziative per la promozione del progetto

In una fase iniziale, la musica ( ma successivamente anche altre iniziative da definire) diventa un mezzo, uno strumento attraverso cui aiutare e sostenere i sogni e le speranze di una realtà che chiede, in maniera dignitosa, il sostegno di questo nostro mondo, a volte forse troppo distratto.

Già quattro anni fa, con una iniziativa analoga, si favori il “progetto speranza – Sarajevo” con risultati apprezzabili sia per la finalità del progetto, che per la crescita umana, individuale e comunitaria.

Allora l’iniziativa prevedeva la ricostruzione di alcuni edifici distrutti durante la guerra civile nell’ex Jugoslavia ma anche attività di animazione e di formazione presso alcuni quartieri della città di Sarajevo.

Oggi l’idea di fondo è quella di raccogliere, attraverso spettacoli musicali legati all’attività artistica del cantautore Beppe Frattaroli, fondi destinati a sostenere le attività del Centro “Monsignor Munzihirwa” per il reinserimento dei bambini di strada di Kinshasa (R.D.C.).

Il centro di Kinshasa

Kinshasa è la capitale della R.D.C. ( Repubblica Democratica del Congo – ex Zaire-).

La R.D.C. vive oramai da diversi anni una violenta e sanguinosa guerra civile, senza riuscire a trovare una soluzione di pace. Le regioni dell'Est della nazione sono ancora sotto il controllo dei guerriglieri, ostili al governo centrale.

Le periferie della città di Kinshasa si sono ben presto popolate di migliaia di profughi provenienti dalle regioni in cui imperversano gli scontri tra i ribelli e le truppe del governo centrale.

Questo ha contribuito a minare la già difficile situazione economica e sociale della città visto che il governo centrale non ha le forze né la stabilità e l’appoggio politico per dare inizio alla ricostruzione del tessuto sociale della città.

In questa situazione così drammatica si è determinato il fenomeno dei bambini di strada.

Attualmente ve ne sono quasi 35 mila; le ragazze sono dedite alla prostituzione per raccogliere soldi o cibo per sopravvivere, i ragazzi formano delle vere e proprie bande. Alcuni sono orfani, altri sono abbandonati dalle proprie famiglie, perché malati (Aids principalmente) o perché accusati di stregoneria.

In una situazione economica così disastrata, le famiglie congolesi non riescono a sfamare tutti i propri componenti. Si innnesca così un meccanismo che per quanto assurdo, crudele e anche inumano, ha una sua "logica" perversa in un contesto di povertà, di miseria e di guerra.

Succede che basta un raccolto andato male, o una disgrazia familiare o addirittura un bambino che malgrado l'età non riesca a trattenersi dal fare la pipì addosso, che l'accusa di essere portatore di negatività è immediata e senza appello. Spesso i bambini vengono sottoposti a maltrattamenti e torture per essere liberati dal demone che si è impossessato di loro.

Così succede che il bambino o la bambina vengono allontanati dalla famiglia. A volte sono loro stessi che vanno via non sentendosi più amati, accettati.
Il centro di p. Bakem Mbuta s.j. a Kinshasa, si occupa del recupero di questi ragazzi. Vengono “raccolti” e portati presso il centro.

Il passo successivo è tanto difficile quanto formativo. Viene tentato il reinserimento presso le famiglie di origine o nelle famiglie allargate (parenti) o presso famiglie adottive se la loro non li accetta o se non c’è più. Questo reinserimento avviene attraverso l’instaurazione di un rapporto costante con la famiglia, di un supporto finanziario, pedagogico e, quando è possibile, di un inserimento lavorativo. Il contatto con la famiglia è indispensabile perché ritenuto l’elemento determinante alla riuscita del reinserimento.

Attualmente il centro ha bisogno di fondi per portare avanti l’opera iniziata circa dieci anni fa. I bisogni primari sono indumenti, scarpe, libri, quaderni, penne, materiale sanitario, e con questa iniziativa, attraverso la raccolta di fondi, ci proponiamo di contribuire alla riuscita del progetto del centro M. Munzihirwa.


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